Casi clinici comuni: per trarre d’impaccio alcuni colleghi

A cura del Dott. Alfonso Lagi – Si tratta di una donna di 49 anni che ho visitato in pratica privata, dopo che mi era stata inviata dai colleghi dell’ospedale dove ho lavorato negli ultimi trenta anni. Loro la conoscevano bene poiché soffriva di frequenti episodi di perdita di coscienza e il servizio d’urgenza territoriale, il 118, la portava al pronto soccorso tutte le volte che lei accusava il malore.

Gli episodi erano cominciati solamente tre anni prima ma in questo periodo di tempo non aveva avuto tregua. Facendo un conto grossolano si poteva arrivare a contare quasi cento episodi di svenimenti. Nonostante la sua qualità di vita ne fosse fortemente influenzata, lei continuava nella sua attività di impiegata con un orario impegnativo: si alzava molto presto e faceva la sua presenza sul lavoro dalle 7,30 fino alle 16,30 per 5 giorni la settimana. Era poi un’attentissima moglie e un’altrettanta splendida madre di due ragazzi.

Naturalmente aveva consultato molti medici, appartenenti a tutte le specialità e aveva anche consultato più colleghi della stessa specialità. Ciascuno aveva prodotto la sua diagnosi ma purtroppo qualcuno aveva anche fornito la sua terapia. Avevano cominciato impiantandole un pacemaker dopo averle diagnosticato una bradicardia come causa dei suoi svenimenti. Quando aveva avuto la prima recidiva le avevano consigliato l’uso delle calze elastiche dicendole che, avendo risolto il problema della bradicardia, lei, purtroppo, soffriva anche di ipotensione ortostica. La donna, timidamente, aveva chiesto se, per caso, doveva tenerle anche durante la notte ma per fortuna le risposero che non era necessario.

Qualche tempo dopo e molti altri svenimenti le prospettarono la possibilità che soffrisse del Morbo di Addison ma per fortuna il tutto si risolse con un ricovero e con molti e costosi esami diagnostici che non confermarono il sospetto e per questa volta ella evitò una terapia peggiore del male. Poi fu la volta dell’epilessia. Non si riusciva a dimostrare niente nelle indagini diagnostiche e le proposero una pesante terapia antiepilettica, ex iuvantibus come si dice. Ma presto lei la cessò autonomamente. Intanto gli svenimenti continuavano. La volta successiva fu quella dell’ipoglicemia tardiva. Fu sottoposta ad alcuni test come il carico di glucosio e alla fine, dopo 5 ore di digiuno, la glicemia si abbassò. Fu sufficiente a porre la diagnosi e per consigliarle una cura specifica che fu solo dietetica. Come sempre succedeva al cambio della terapia, lei stette meglio e per oltre trenta giorni non ebbe più svenimenti. Poi ricominciarono. Le dissero allora che il suo stomaco si svuotava troppo rapidamente e le diedero un farmaco che lo faceva svuotare lentamente: in altri termini direi che le fu prescritto un anti – digestivo. Quest’ultimo provvedimento non portò neppure un beneficio momentaneo. In questi casi si deve perdere molto tempo a raccogliere l’anamnesi che deve essere molto dettagliata e tenere in considerazione quello che dice la paziente ma soprattutto il testimone, che in questo caso era il marito. Alla fine, dopo oltre 45 minuti di pazienti colloqui sui sintomi, sulle circostanze che precedevano e seguivano la crisi, fu evidente che la paziente non perdeva conoscenza perché era in grado di sentire quello che le accadeva intorno e il suo vero problema era che non poteva muoversi. La cosa si chiama cataplessia. Il fenomeno è collegato all’ansia generalizzata. La paziente aveva sofferto di disturbi di ansia acuta chiamati anche ‘crisi di panico’. Era sufficiente chiederlo per avere la risposta ma prima di chiederlo bisognava ascoltarla e i medici non hanno mai abbastanza tempo.

Era stupefacente constatare come questa donna fosse vittima del ruolo sociale della figura medica alla quale lei credeva senza remore e senza perplessità. Nel ripercorrere la sua storia mi appariva chiaro come ogni affermazione e ogni proposta terapeutica che le era stata fatta era stata accettata senza riserve. Questa costatazione era ancora più significativa per me, che ho vissuto con i medici per tutta la vita e che ho potuto rendermi conto dei loro limiti, delle loro umane debolezze, dello loro stanchezza, dei loro limiti culturali e anche della loro noia. Quello che non manca mai nel medico è il suo ruolo sociale, la sua dominanza culturale sul paziente e, alternativamente, il suo atteggiamento a volte paternalistico, a volte arrogante. Il paziente non si rende sempre conto, ma a volte per fortuna succede, che il medico è disponibile a tutto, a condividere la pena del paziente, a preoccuparsi per lui, ad accollarsi il fardello psicologico che la malattia impone, naturalmente solo per cinque minuti, ma non è disposto ad ascoltare con pazienza e interesse.

La donna alla fine non mi fu grata, di quella gratitudine che i pazienti hanno per i propri medici perché le avevo richiamato il problema della sua vita. Preferiva di gran lunga soffrire per una malattia “organica” e quindi curabile con operazioni o con un apparecchio di supporto o farmaci piuttosto che dover ammettere un difetto psicologico, una condizione di ansia o un disturbo funzionale. Le sue perdite di coscienza si ridussero di molto, anche se non scomparvero. La sua qualità di vita ebbe un notevole miglioramento. “Guarì” un anno dopo quando decise di pensionarsi e dedicarsi solo alla sua famiglia. Ancora non si è resa conto di essere stata una vittima del sistema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *