Omeopatia, omotossicologia: la storia

A cura del Dott. Gianni Verde – Alla fine del ‘700, Hahnemann, un medico ricercatore tedesco, nel tradurre un’opera medica dall’inglese, la Materia Medica di Cullen, si imbatté in una descrizione sugli effetti della china, che avrebbe avuto la capacità di guarire la febbre malarica, eccitando l’attività gastrica.
Lo stesso osservò che i lavoratori della corteccia di china accusavano disturbi simili ai sintomi di febbre malarica, determinati dall’intossicazione delle polveri di corteccia di china. Il dottor Hahnemann pensò di provare su se stesso gli effetti della corteccia di china; effettuando il primo esperimento farmacologico, dando vita ad un nuovo metodo di ricerca cioè la farmacologia sperimentale.
Egli scrisse e descrisse che si somministrò per diversi giorni, per due volte al giorno 4 pizzichi di buona china (2 dracme, ossia 25,5 grammi) e si manifestarono sintomi: “I piedi, le punte delle dita….prima si raffreddarono, ero fiacco e stanco, poi il cuore cominciò a pulsare veloce, c’era un’angoscia insopportabile, un tremore (ma senza brivido) e una fiacchezza in tutte le membra; poi sentii battere la testa, rossore alle guance, sete, in breve tutti i sintomi della febbre intermittente tipica della malaria apparvero uno dopo l’altro, ma senza brividi febbrili veri e propri”.
Il dottor Hahnemann concluse: “Questo parossismo durava due-tre ore ogni volta e si rinnovava ripetendo la somministrazione; smisi e vidi che ero guarito”. Successivamente il dottor Hahnemann provò su se stesso e su altre persone sane anche altre sostanze con il metodo sperimentale da lui inaugurato e che chiamò “sperimentazione farmacologica omeopatica”, giungendo alla conclusione che le sperimentazioni provocano sull’uomo un effetto caratteristico che assomiglia ad una malattia (malattia da farmaco).
In seguito Hahnemann utilizzò i rimedi sperimentati sui malati in cui il quadro patologico presentava corrispondenza al quadro del farmaco ovvero quando i sintomi della malattia erano l’immagine riflessa dei sintomi provocati dal medicinale.
Questo principio della similitudine in omeopatia persiste tutt’oggi.
Nell’utilizzo pratico si accertò che somministrare sostanze originarie troppo concentrate provocavano nel malato un peggioramento iniziale con esacerbazione di tutte le manifestazioni della malattia.
Questa osservazione portò al principio della diluizione, ossia della somministrazione del farmaco in concentrazione molto attenuata.
Le diluizioni dei farmaci omeopatici sono effettuate secondo un gradiente preciso, di base decimale o centesimale; ad ogni diluizione si effettua un potenziamento di dinamizzazione mediante succussione.
Un buon effetto terapeutico si ha a cominciare dalla terza o quarta decimale (D 3, D 4).
La diluizione però, non è il principio decisivo in omeopatia. È noto che in medicina generale si usano oggi alte diluizioni di sostanze attive, ad es. di tubercolina, di ormoni, di vitamine, di oligoelementi, ecc.
La caratteristica del farmaco omeopatico non è la diluizione, bensì l’uguaglianza speculare tra il quadro farmacologico del rimedio e lo stato patologico presente. Hahnemann chiamò il nuovo principio curativo appena scoperto OMEOPATIA, dal greco homios (simile) e pathos (sofferenza) perché si basa sulla regola del simile similia similibus curentur.
Hahnemann spiegò il principio di attività dei farmaci omeopatici ipotizzando che nel malato la malattia in corso venisse cancellata da una malattia simile, la malattia da farmaco.
Seguirono molti anni di studio e sperimentazione prima che il dottor Hahnemann presentasse al mondo accademico il principio omeopatico.
Nel 1796 con la pubblicazione nella rivista specialistica allora molto rinomata “Hufeland Journal” degli studi di Hahnemann, nacque ufficialmente l’Omeopatia.

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